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Il Cinema Futurista
Non si può parlare di cinema futurista, di una teoria e di una pratica, d’una storia e d’una sperimentazione tecnico-linguistica che consentano di definire un campo preciso.
Non esiste, non è mai esistito un cinema futurista. Il solo film realizzato nel 1916 da Martinetti, Balla, Corra, Ginna Settimelli, “Vita futurista”,è andato perduto, ha avuto pochissimo pubblico e un’influenza scarsissima.
E’ innegabile invece che fra il 1909 e il 1916, il cinema emerge nei numerosi manifesti teorici come “presenza” tecnica e formale nella società contemporanea, come emblema stesso della “simultaneità”, della “velocità”, de “ritmo” di cui la vita contemporanea è impregnata.
Il cinema non compare,Nel Manifesto del Futurismo (1909),ma Martinetti ne avverte la presenza, quando scrive, per esempio: “Non vogliamo esaltare il movimento aggressive l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale”, o quando aggiunge: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità”.
Anche i linguaggi artistici tradizionali, dunque, per Marinetti possono rinnovarsi cogliendo e rappresentando, come cinematografo, il dinamismo del mondo contemporaneo.
Interessante anche l’osservazione del nuovo mezzo tecnico in documenti come il Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912, in cui si legge: “Il cinematografo offre la danza di un oggetto che si divide si ricompone senza intervento umano. Ci offre anche lo slancio a ritroso di un nuotatore i cui piedi escono dal mare e rimbalzano violentemente sul trampolino. Ci offre infine la corsa d’un uomo a 200 chilometri all’ora. Sono altrettanti movimenti dell materia, fuori dalle leggi dell’intelligenza quindi di una essenza più significativa”.
Nel “ Il Teatro di Varietà “(1913) il cinema viene descritto come un mezzo per dare un“numero incalcolabile di visioni e di spettacoli irrealizzabili”. Sebbene dunque il rapporto fra i futuristi e il cinema non sia affatto superficiale,essi rimangono spettatori curiosi e partecipi di un nuovo mezzo di comunicazione che però non adotteranno pienamente.
L’interesse per il cinema, e per altre forme di arte e di spettacolo popolare (ad esempio il teatro di varietà), rimane generico, una delle vie per opporre un’arte “simultaneista”, al “passatismo”. all’insegna appunto del “futurismo”. Le ricerche stilistiche dei futuristi non tendono mai a ricercare nuovi mezzi espressivi, se non nell’ambito della tradizione artistica consolidata, naturalmente per sovvertirla. (eccezione soltanto l’ arte dei rumori di Russolo ) .
Il cinema offre degli stimoli, come del resto la società in evoluzione, che si traducono in spunti per la pittura o la scultura.
E’ un po’ come dire che esso sia equiparato “allo automobile”, una macchina, e come tale da elogiare. Ed è, per essi, più una fonte di godimento “antiestetico”, di sorpresa, di provocazione (come lo sarà in gran parte per i surrealisti), che non una tecnica da apprendere e sperimentare.
Da questo punto di vista, di repertorio di situazioni e immagini inconsuete, di montaggio di elementi eterogenei, di frantumazione del tempo e dello spazio (e del corpo dell’attore), il cinema, in particolare il cinema comico di allora, è considerato intrinsecamente “futurista”. Si pensi soltanto, in ambito italiano, ad alcuni film comicogrotteschi di André Deed (Cretinetti), nella fattispecie a Cretinetti e le donne (1910) con la destrutturazione del personaggio principale, che viene smembrato come un fantoccio (I’”uomo moltiplicato” di Marinetti). Si pensi a certi piccoli film di Ferdinand Guillaume (Polidor) con la loro comicità assurda, quasi surreale. Si pensi soprattutto ad Amore pedestre (1914) di Marcel Fabre (già interprete, come Robinet, d’una serie di film comici), che pare, col suo gioco eroticogrottesco di gambe e di piedi, un microdramma futurista. Film e autori che influenzano certamente Marinetti e i futuristi e di cui si trovano tracce in certi testi teatrali “sintetici” e nello stesso manifesto Il teatrofuturista sintetico (1915) firmato da Marinetti? Settimelli e Corra, in cui si può leggere: “Con questa brevità essenziale e sintetica, il teatro potrà sostenere e anche vincere la concorrenza col Cinematografo”. Si ricordi inoltre che Marinetti e Corra hanno in progetto allora un film intitolato Le mani, chiaramente “sintetico”, e che Marinetti, nel microdramma Le basi, si ispira evidentemente ad Amore pedestre. C’è insomma un interscambio di esperienze e di suggestioni, di intuizioni e di realizzazioni, tra futurismo e cinema, una sorta di filo rosso che lega insieme le molteplici manifestazioni artistiche, dominando il campo dell’avanguardia nel corso degli anni dieci.
In questa prospettiva trovano poco spazio sia gli esperimenti di “cinepittura” o di “musica cromatica” dei fratelli Corradini (Arnaldo Ginna e Bruno Corra), sia la “fotodinamica futurista” di Anton Giulio Bragaglia, sia i film che quest’ultimo realizza nel 1916 e 1917 (Thais e Perfido incanto). E tuttavia, tanto gli uni quanto gli altri rientrano nel più generale quadro di riferimento entro il quale si muove il cosiddetto cinema futurista, nel senso che compongono un insieme di tendenze, tentativi, sperimentazioni, proposte, che trovano un’eco significativa nel manifesto La cinematografia futurista (1916) firmato da Marinetti, Corra, Settimelli, Ginna, Balla e Chiti, e nel coevo film Vita futurista citato, che di quel manifesto è il corrispettivo sul piano tecnicorealizzativo.
I fratelli Corradini realizzano nel 191012 alcuni brevi film “fatti a mano”, cioè utilizzando direttamente la pellicola non impressionata per comporre una sinfonia visiva di forme e colori. Tali opere, descritte minuziosamente nel saggio Musica cromatica di Bruno Corra pubblicato nel volume Il pastore, il gregge e la zampogna (Bologna, 1912), sono andate purtroppo perdute, ma la loro descrizione consente di definirle “film astratti”, in quella direzione di ricerca che si svilupperà negli anni seguenti in Francia e in Germania nell’ambito dell’arte astratta e della pittura cinetica. Quanto a Bragaglia, il suo Fotodinamismo futurista (1 ediz. 1911, 2a e 3a ediz. 1913), estremamente interessante per le ricerche fotografiche in esso contenute, si pone in esplicita antitesi al cinema come “arte del movimento”, contestandone anzi le possibilità estetiche. Il suo film Thais infine (di Perfido incanto si sono perse le tracce) non esce dai limiti del gusto dannunziano allora imperante, se non per talune soluzioni scenografiche di indubbia suggestione e modernità, grazie alla collaborazione di Enrico Prampolini.
Anche Vita futurista è andato perduto, ma la descrizione pubblicata su L’Italia futurista (1 ottobre 1916) ne fornisce un riassunto di notevole interesse. Il film è articolato in una serie di episodi, scene e scenette interpretate dagli stessi futuristi e dai loro amici, mescolando varie tecniche di ripresa e vari trucchi cinematografici. La presentazione recita: “Liberiamo il cinematografo dalla sua schiavitù di semplice riproduttore della realtà, dai confini di una fotografia movimentata, e innalziamolo ad arte, cioè a mezzo d’espressione: pittura, scultura, architettura, letteratura ecc.”. La descrizione indica, fra l’altro, i seguenti episodi: “Come dorme un futurista”, “Ginnastica mattuti-
na”, “Colazione futurista”, “Ricerche d’i costumi di A. Exter
spirazione Dramma d’oggetti”, “Declamazione futurista”, “Discussione fra un piede, un martello e un ombrello”, “Passeggiata futurista”, “Lavoro futurista Quadri deformati idealmente ed esteriormente”. E insomma un campionario di possibilità filmiche, forse più interessante per le indicazioni di destrutturazione formale in esso contenute (con anticipazioni della poetica dadaista), che per le questioni linguistiche affrontate e risolte. Un campionario che solo in parte realizza le indicazioni contenute nel manifesto La cinematografia futurista pubblicato nel medesimo anno.
E quest’ultimo il solo testo a cui rifarsi per affrontare il discorso sul cinema futurista. Ed è un testo al tempo stesso rivelatore e anticipatore, rispetto all’avanguardia cinematografica posteriore, ma anche generico e velleitario. Rivendicata la più assoluta libertà per il nuovo mezzo espressivo, vi si individuano gli elementi e le possibilità autenticamente futuriste, nella convinzione che “il cinematografo, essendo essenzialmente visivo, deve compiere innanzi tutto l’evoluzione della pittura: distaccarsi dalla realtà, dalla fotografia, dal grazioso e dal solenne” e diventare “antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero”. Date queste premesse, il manifesto elenca quelli che saranno i caratteri del cinema futurista, dalle “analogie cinematografate” alla “simultaneità e compenetrazione di tempi e luoghi diversi cinematografate”, dalle “ricerche musicali cinematografate” ai “drammi d’oggetti cinematografati”, dalle “ricostruzioni irreali del corpo umano cinematografate” alle “equivalenze lineari, plastiche cromatiche ecc. di uomini, donne, avvenimenti, pensieri, musiche, sentimenti, pesi, odori, rumori cinematografati” e così via, per concludere: “Scomponiamo e ricomponiamo così l’Universo secondo i nostri meravigliosi capricci”.
Come si è visto, queste intenzioni programmatiche sono rimaste in gran parte sulla carta: il cinema futurista non è mai nato veramente. Tuttavia le varie correnti dell’avanguardia cinematografica successiva attingono abbondantemente, in maniera diretta o indiretta, a questa sorgente tumultuosa e un poco torbida. Se il cinema futurista ha avuto un’esistenza precaria e casuale, l’influenza che il futurismo e i suoi manifesti hanno avuto sull’avanguardia cinematografica è invece determinante, decisiva, assoluta.
Basti pensare, da un lato, a certe ricerche del cinema d’avanguardia in Germania negli anni immediatamente seguenti alla prima guerra mondiale; dall’altro, agli esperimenti pratici e alle formulazioni teoriche di alcuni cineasti sovietici, per tacere della diretta influenza del futurismo italiano sul cubofuturismo (v.) russo del film Drama v kabare futuristov No. 13 (Dramma nel cabaret dei futuristi n. 13) di Kasjanov o degli interventi di Majakovskij, di Larionov e di altri in campo cinematografico. In Germania il lavoro di due pittori dadaisti come Hans Richter e Viking Eggeling che tentano la strada del cinema astratto con alcuni film di indubbio valore come Rhythmus 21 di Richter e Diagonal Symphonie di Eggeling, può certamente essere collegato, sia pure indirettamente al manifesto della cinematografia futurista e ai primi esperimenti dei fratelli Corradini, e comunque rientra in quelle ricerche dadaiste che affondano le loro radici sul terreno
;già arato dal futurismo. In Unione Sovietica, i primi scritti di Kulesov e le sue prove li montaggio, e più ancora i programmi di )ziga Vertov e i suoi esperimenti di “citeocchio”, nonché le ricerche teoriche e pratiche del primo Eisenstein, si collocano sul versante della frantumazione dei linguaggi tradizionali e di quella scoperta della temerità” e della “simultaneità” che l’avanguardia cinematografica sovietica aveva ereditato dal futurismo italiano, attraverso il cubofuturismo russo. Né andrebbero sottaciute talune correnti del cosiddetto “impressionismo” cinematografico francese e tutto il movimento dell’avanguardia parigina, dal Léger di Ballet mécanique al ClairPicabia di Entr’acte, al Man Ray di Retour i la raison fino al cinema surrealista e alla “sinfonia visiva”, che indubbiamente risentono, probabilmente attraverso altri canali culturali e artistici, delle formulazioni programmatiche del manifesto di Marinetti e dei futuristi italiani.
E tutto un vasto campo di ricerche e sperimentazioni che non possono ovviamente essene confuse l’una con l’altra o raggruppate entro un unico contenitore. Alla base del lavoro di questi e di altri artisti non c’è soltanto la lezione del futurismo italiano, né si possono rintracciare soltanto intenti provocatori o sovvertitori o puramente ludici o, in ogni caso, accomunabili ad un medesimo principio informatore. Tuttavia non v’è dubbio che, almeno sul piano della circolazione delle idee, della formulazione dei programmi, della indicazione di nuove strade da percorrere, e anche delle proposte ingenue o velleitarie, il manifesto della cinematografia futurista costituisce un testo fondamentale per la storia delle avanguardie cinematografiche. (GR)
La cinematografia futurista
(Manifesto futurista pubblicato nel 9° numero del giornale “L’Italia futurista”, Milano, 11 settembre 1916)
Il libro, mezzo assolutamente passatista di conservare e comunicare il pensiero, era da molto tempo destinato a scomparire come le cattedrali, le torri, le mura merlate, i musei e l’ideale pacifista. Il libro, statico compagno dei sedentari, degl’invalidi, dei nostalgici e dei neutralisti, non può divertire né esaltare le nuove generazioni futuriste ebbre di dinamismo rivoluzionario e bellicoso.
La conflagrazione agilizza sempre più la sensibilità europea. La nostra grande guerra igienica, che dovrà soddisfare tutte le nostre aspirazioni nazionali, centuplica la forza novatrice della razza italiana. Il cinematografo futurista che noi prepariamo, deformazione gioconda dell’universo, sintesi alogica e fuggente della vita mondiale, diventerà la migliore scuola per i ragazzi: scuola di gioia, di velocità, di forza, di temerità e di eroismo. Il cinematografo futurista acutizzerà, svilupperà la sensibilità, velocizzerà l’immaginazione creatrice, darà all’intelligenza un prodigioso senso di simultaneità e di onnipresenza. Il cinematografo futurista collaborerà così al rinnovamento generale, sostituendo la rivista (sempre pedantedesca), il dramma (sempre previsto) e uccidendo il libro (sempre tedioso e opprimente). Le necessità della propaganda ci costringeranno a pubblicare un libro di tanto in tanto. Ma preferiamo esprimerci mediante il cinema-
cinematografo, le grandi tavole di parole in libertà e i mobili avvisi luminosi.
Col nostro Manifesto “Il teatro sintetico futurista”, con le vittoriose tournées delle compagnie drammatiche Gualtiero Tumiati, Ettore Berti, Annibale Ninchi, Luigi Zoncada, coi 2 volumi del Teatro Sintetico Futurista contenenti 80 sintesi teatrali, noi abbiamo iniziato in Italia la rivoluzione del teatro di prosa. Antecedentemente un altro Manifesto futurista aveva riabilitato, glorificato e perfezionato il Teatro di varietà. E logico dunque che oggi noi trasportiamo il nostro sforzo vivificatore in un’altra zona del teatro: il cinematografo.
A prima vista il cinematografo, nato da pochi anni, può sembrare già futurista cioè privo di passato e libero da tradizioni: in realtà, esso, sorgendo come teatro senza parole, ha ereditate tutte le più tradizionali spazzature del teatro letterario. Noi possiamo dunque senz’altro riferire al cinematografo tutto ciò che abbiamo detto e fatto per il teatro di prosa. La nostra azione è legittima e necessaria, in quanto il cinematografo sino ad oggi è stato, e tende a rimanere profondamente passatista, mentre noi vediamo in esso la possibilità di un’arte eminentemente futurista e il mezzo di espressione più adatto alla plurisensibilità di un artista futurista.
Salvo i films interessati di viaggi, caccie, guerre, ecc., non hanno saputo infliggerci che drammi, drammoni e drammetti passatistissimi. La stessa sceneggiatura che per la sua brevità e varietà può sembrare progredita, non è invece il più delle volte che una pietosa e trita analisi. Tutte le immense possibilità artistiche del cinematografo sono dunque assolutamente intatte.
Il cinematografo è un’arte a sé. Il cinematografo non deve dunque mai copiare il palcoscenico. Il cinematografo, essendo essenzialmente visivo, deve compiere anzitutto l’evoluzione della pittura: distaccarsi dalla realtà, dalla fotografia, dal grazioso e dal solenne. Diventare antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero.
Occorre liberare il cinematografo come mezzo di espressione per farne lo strumento ideale di una nuova arte immensamente più vasta e più agile di tutte quelle esistenti. Siamo convinti che solo per mezzo di esso si potrà raggiungere quella poliespressivita verso la quale tendono tutte le più moderne ricerche artistiche. Il cinematografo futurista crea appunto oggi la sinfonia poliespressiva che già un anno fa noi annunciavamo nel nostro manifesto: Pesi, misure e prezzi del genio artistico. Nel film futurista entreranno come mezzi di espressione gli elementi più svariati: dal brano di vita reale alla chiazza di colore, dalla linea alle parole in libertà, dalla musica cromatica e plastica alla musica di oggetti. Esso sarà insomma pittura, architettura, scultura, parole in libertà, musica di colori, linee e forme, accozzo di oggetti e realtà caotizzata. Offriremo nuove ispirazioni alle ricerche dei pittori i quali tendono a sforzare i limiti del quadro. Metteremo in moto le parole in libertà che rompono i limiti della letteratura marciando verso la pittura, la musica, l’arte dei rumori e gettando un meraviglioso ponte tra la parola e l’oggetto reale.
I nostri films saranno:
1. Analogie cinematografate usando la real-
tà direttamente come uno dei due elementi dell’analogia. Esempio: Se vorremo esprimere lo stato angoscioso di un nostro protagonista invece di descriverlo nelle sue varie fasi di dolore daremo un’equivalente impressione con lo spettacolo di una montagna frastagliata e cavernosa.
I monti, i mari, i boschi, le città, le folle, gli eserciti, le squadre, gli aeroplani, saranno spesso le nostre parole formidabilmente espressive: L’universo sarà il nostro vocabolario. Esempio: Vogliamo dare una sensazione di stramba allegria: rappresentiamo un drappello di seggiole che vola scherzando attorno ad un enorme attaccapanni sinché si decidono ad attaccarcisi. Vogliamo dare una sensazione di ira: frantumiamo l’iracondo in un turbine di pallottole gialle. Vogliamo dare l’angoscia di un Eroe che perdeva la sua fede nel defunto scetticismo neutrale: rappresentiamo l’Eroe nell’atto di parlare ispirato ad una moltitudine; facciamo scappar fuori ad un tratto Giovanni Giolitti che gli caccia in bocca a tradimento una ghiotta forchettata di maccheroni affogando la sua alata parola nella salsa di pomodoro.
Coloriremo il dialogo dando velocemente e simultaneamente ogni immagine che attraversi i cervelli dei personaggi. Esempio: rappresentando un uomo che dirà alla sua donna: sei bella come una gazzella, daremo la gazzella. — Esempio: Se un personaggio dice: Contemplo il tuo sorriso fresco e luminoso come un viaggiatore contempla dopo lunghe fatiche il mare dall’alto di una montagna, daremo viaggiatore, mare, montagna. In tal modo i nostri personaggi saranno perfettamente comprensibili come se parlassero.
2. Poemi, discorsi e poesie cinematografati. Faremo passare tutte le immagini che li compongono sullo schermo. Esempio: Canto dell’amore di Giosue Carducci:
“Da le rocche tedesche appollaiate
si come falchi a meditar la caccia… ” Daremo le rocche, i falchi in agguato. “Da le chiese che al ciel lunghe levando marmoree braccia pregano il Signor”
“Da i conventi tra i borghi e le cittadi cupi sedenti al suon de le campane
come cuculi tra gli alberi radi
cantanti noie ed allegrezze strane”
Daremo le chiese che a poco a poco si trasformano in donne imploranti, Iddio che dall’alto si compiace, daremo i conventi, i cuculi, ecc. Esempio: Sogno d’estate di Giosue Carducci:
“Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti / la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra ‘l sonno / in riva di Scamandro, ma il cor mi fuggì su ‘l Tirreno”
Daremo Carducci circolante fra il tumulto degli Achei che evita destramente i cavalli in corsa, ossequia Omero, va a bere con Aiace all’osteria dello Scamandro Rosso e al terzo bicchiere di vino il cuore di cui si devono vedere i palpiti gli sbotta fuori della giacca e vola come un enorme pallone rosso sul golfo di Rapallo. In questo modo noi cinematografiamo i più segreti movimenti del genio.
Ridicolizzeremo così le opere dei poeti passatisti, trasformando col massimo vantaggio del pubblico le poesie più nostalgicamente monotone e piagnucolose in spettacoli violenti, eccitanti ed esilarantissimi.
3. Simultaneità e compenetrazioni di tempi e di luoghi diversi cinematografate. Daremo
nello stesso istantequadro 2 o 3 visioni differenti l’una accanto all’altra.
4. Ricerche musicali cinematografate (dissonanze, accordi, sinfonie di gesti, fatti, colori, linee, ecc.).
5. Stati d’animo sceneggiati cinematografati.
6. Esercitazioni quotidiane per liberarsi dalla logica cinematografate.
7. Drammi d’oggetti cinematografati (Oggetti animati, umanizzati, truccati, vestiti, passionalizzati, civilizzati, danzanti — Oggetti tolti dal loro ambiente abituale e posti in una condizione anormale che, per contrasto, mette in risalto la loro stupefacente costruzione e vita non umana).
8. Vetrine d’idee, d’avvenimenti, di tipi, d’oggetti, ecc. cinematografati.
9. Congressi, flirts, risse e matrimoni di smorfie, di mimiche, ecc. cinematografati. Esempio: un nasone che impone il silenzio a mille dita congressiste scampanellando un orecchio, mentre due baffi carabinieri arrestano un dente.
10. Ricostruzioni irreali del corpo umano cinematografate.
11. Drammi di sproporzioni cinematografate (un uomo che avendo sete tira fuori una minuscola cannuccia la quale si allunga ombellicalmente fino ad un lago e lo asciuga di colpo).
12. Drammi potenziali e piani strategici di sentimenti cinematografati.
13. Equivalenze lineari plastiche, cromatiche, ecc. di uomini, donne, avvenimenti, pensieri, musiche, sentimenti, pesi, odori, rumori cinematografati (daremo con delle linee bianche su nero il ritmo interno e il ritmo fisico d’un marito che scopre sua moglie adultera e insegue l’amante — ritmo dell’anima e ritmo delle gambe).
14. Parole in libertà in movimento cinematografate (tavole sinottiche di valori lirici — drammi di lettere umanizzate o animalizzate — drammi ortografici — drammi tipografici — drammi geometrici — sensibilità numerica, ecc.).
Pittura + scultura + dinamismo plastico + parole in libertà + intonarumori + architettura + teatro sintetico = Cinematografia futurista.
Scomponiamo e ricomponiamo così l’Universo secondo i nostri meravigliosi capricci, per centuplicare la potenza del genio creatore italiano e il suo predominio assoluto nel mondo.
F.T. Marinetti, B. Corra, E. Settimelli, A. Ginna, G. Balla, R. Chiti, futuristi
Arcipelago da Cinema Supereva
Roma, 16-22 giugno 2006
Dei 1596 arrivati, questa volta ne vedremo 201. E’ questo il numero dei corti della XIV edizione di Arcipelago ? Festival internazionale di cortometraggi e nuove immagini che si svolgerà a Roma dal 16 al 22 giugno. Prima novità di quest’ anno è lo sdoppiamento del luogo adibito alle proiezioni. L’ormai veterano multisala Intrastevere avrà come compagno di viaggio l’ altrettanto storico Filmstudio, famoso per l’ attenzione che dedica al cinema indipendente e di ricerca. Proprio qui trent’ anni fa fu presentato Io sono un autarchico, esordio dietro la macchina da presa di Moretti.
Classiche invece le sezioni: Onde corte, concorso internazionale, Con/Corto concorso nazionale, Video/Rome di ambito regionale, eMovie, dedicato al cinema breve di stampo digitale e Corto Web, in collaborazione con il portale Shortvillage, i cui premi verranno assegnati dal pubblico internauta che potrà votare fino al 5 novembre sul sito www.arcipelagofilmfestival.org/cortoweb. Tornerà anche Extra Large, con una nuova identità: diventa infatti una sezione competitiva dedicata al documentario italiano.
Tra i dodici titoli selezionati da segnalare i già conosciuti Chiamami Mara di Bruno Bigoni, Macondo a Milano 1977/78 di Michele Sordillo e la versione televisiva de Il fantasma di Corleone di Marco Amenta. Tra gli altri italiani sparsi nei ricchi meandri di questo Arcipelago troviamo il paradossale Un filo intorno al mondo di Sophie Chiarello con il trio Aldo, Giovanni e Giacomo alle prese con gli stravolgimenti della seconda guerra mondiale nelle campagne padane, il pasoliniano Dentro Roma di Francesco Costabile, i già apprezzati Trevigolaottantasette di Valerio Mastandrea, in concorso al Festival di Venezia 2005 e vincitore del Nastro d’ Argento, e Un inguaribile amore di Giovanni Covini, premiato recentemente ai David di Donatello.
Nel programma si fa notare anche 58% di Vincenzo Marra, presentato a Locarno lo scorso anno, che ci introduce l’ evento speciale dedicato alla difficile situazione israelopalestinese. Promise land(s). Il muro dentro è il titolo della sezione che ospita corti e documentari di registi di entrambi gli schieramenti. Autori che affrontano la questione in chiave differente, chi attraverso lo strumento dell’ indagine e della denuncia, chi invece con ironia e comicità. Un esempio su tutti il musical passato al Sundance ispirato a West Side Story: West Bank Story.
Si continua a raccontare la storia di un popolo, questa volta però occidentale, un popolo che ancora oggi ha da smaltire l’ amara eredità di una classe politica deturpatrice di razze. Stiamo parlando della Germania, paese ospite di questa edizione. Due sono gli eventi da tener presente: ExGermania Est. La vita, istruzioni per caso e Kurzland uber alles. Finestra sulla Germania. Il primo raccoglie una selezione di documentari e film d’ animazione prodotti a scopi educativi dalla casa di produzione DEFA (Deutsche Film-AG) tra gli anni Sessanta e Ottanta.
Una società che ha accompagnato i tedeschi dell’ est dal 1946 fino alla caduta del Muro di Berlino. Si tratta di una serie di documenti video eccellenti per avvicinarci alla condizione storica di quegli anni. Il secondo invece condensa le migliori produzioni realizzate tra il 1995 e il 2004 fornendo un quadro vitale della cinematografia breve della Germania. Degni di un accenno: Quest, vincitore dell’ Oscar per l’ animazione e Goodbye, premiato a Venezia nel 2004. Il tutto è stato reso possibile grazie alla collaborazione del Goethe-Institute Rom, del direttore del Dresden Filmfest Robin Malick e della DEFA-Stiftung.
Le soprese non finiscono qui. Continuano con i film in digitale che di solito raccolgono un nutrito numero di fan, soprattutto dell’ animazione. E allora subito spazio al nome più atteso, Henry Selick, regista di Nightmare Before Christmas che per la prima volta si avvicina al 3D con il corto Moongirl. Altra sopresa, Rubber Johnny, una sorta di Elephant Man allucinato realizzato dal famoso videomaker e regista di videoclip inglese Chris Cunningham.
Tra i 50 titoli del concorso non potevamo mancare noi italiani. Ad esserne portavoce Claudio Castelli con Giocattoli futuristi, esperimento in tre dimensioni che prende spunto dall’ arte di Depero. Infine l’ ultimo omaggio è rivolto ad Andrej Tarkovskij, a vent’ anni dalla morte, con la proiezione de Il rullo compressore e il violino (1960), saggio di diploma alla scuola di cinema moscovita VGIK del regista di Andrej Roublev (1969) e Stalker (1979).



